1.Caro Mons. Mario, caro Mons. Antonio confratelli nell’episcopato qui presenti, cari sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, cari familiari di don Giorgio, autorità civili e voi tutti fedeli di questa nostra Chiesa diocesana.
La Cattedrale di San Michele oggi non è solo un tempio di pietra e di storia; oggi è il cuore pulsante di una famiglia ferita da un dolore acuto, ma salda, incrollabile, nella speranza cristiana. Dinanzi alla bara del nostro caro Monsignor Giorgio – per tutti noi, semplicemente e affettuosamente, don Giorgio – il nostro cuore avverte il peso grave di un distacco profondo. Piangiamo un fratello, un amico mite, un collaboratore fedele che ha speso ogni singola fibra della sua esistenza per il bene di questa nostra Diocesi di Albenga-Imperia.
2.Nulla accade per caso nel disegno misterioso e provvidente di Dio. La liturgia ci chiama oggi a celebrare la memoria dei Santi Angeli Custodi. Ai nostri occhi umani questa può sembrare una coincidenza singolare; agli occhi della fede, invece, è una straordinaria chiave di lettura. La vita di un sacerdote, a ben vedere, è per sua stessa natura il riflesso terreno di un ministero angelico: una presenza discreta, silenziosa, che custodisce le anime, che guida i passi del popolo di Dio, che protegge la comunione. Oggi contempliamo il momento solenne in cui questo instancabile custode viene a sua volta preso per mano, sollevato dalle fatiche della terra, e accompagnato nel viaggio eterno verso la casa del Padre.
3.La Parola di Dio ascoltata illumina questo passaggio. Nel libro dell’Esodo, il Signore dice: “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato”. Se guardiamo ai quarantatré anni di sacerdozio di don Giorgio – dal giorno in cui, nel lontano 1983, ricevette l’ordinazione per le mani del compianto Mons. Piazza-, comprendiamo come egli abbia incarnato esattamente questa promessa divina. Ha camminato davanti e a fianco di intere generazioni.
4.La sua fedeltà si è manifestata soprattutto nei passaggi istituzionali più complessi e delicati della nostra Diocesi. Ha guidato la Cancelleria con un rigore, una precisione e una lealtà che nascevano unicamente dal profondo amore per la sposa di Cristo. Non ha mai cercato il potere né il prestigio dei ruoli; ha servito le strutture della Chiesa perché amava l’ordine della casa di Dio, vedendo in ogni documento, in ogni pratica, il volto dei sacerdoti e dei fedeli che vi stavano dietro. Per oltre dieci anni, come Vicario Generale, don Giorgio è stato il braccio destro e il consigliere saggio di Mons. Mario Oliveri, che certo meglio di me potrebbe in questo momento dire cose più complete. Ha amato la Chiesa, ha amato la nostra Chiesa di Albenga -Imperia profondamente, “dilexit ecclesiam et dedit semetipsum pro ea” (Ef. 5,25)
Nel Salmo novanta abbiamo ripetuto: “Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie”. Questo versetto ci tocca da vicino se pensiamo all’ultimo tratto della vita terrena di don Giorgio. Abbiamo sperato, abbiamo pregato intensamente durante il tempo della sua infermità, fino al suo doloroso decesso all’Ospedale di Bologna. Nei lunghi mesi di fragilità e di spogliamento, quando la carne ha ceduto il passo alla sofferenza, la promessa del Salmo si è adempiuta nel segreto. Don Giorgio non è mai stato solo. Gli angeli del Signore hanno vegliato sul suo letto di dolore, raccogliendo la sua offerta silenziosa, trasformando il letto d’ospedale nell’ultimo, definitivo altare della sua vita sacerdotale.
5. Ma don Giorgio è stato anche custode in un altro senso, nobile e altissimo. Guidando l’Archivio Diocesano e l’Ufficio dei beni culturali, egli si è fatto custode della nostra memoria spirituale, artistica e storica. Sapeva bene che nelle carte ingiallite dal tempo, nelle pergamene, nelle tele e nelle pietre delle nostre chiese è custodita l’anima credente di questo brano del Ponente ligure. Ha protetto queste radici antiche non per sterile attaccamento al passato, ma per permettere alle generazioni future di attingere alla stessa linfa di fede che ha nutrito i nostri padri. Ha amato profondamente il suo territorio, ha curato con dedizione i fedeli di Santa Maria in Fontibus, facendosi vicino a tutti, senza distinzioni.
6. Infine, il Vangelo di Matteo ci consegna la chiave d’oro per entrare nel santuario dell’anima di questo nostro fratello: “Chi si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli”. Se c’è un tratto che ha definito l’uomo e il sacerdote Giorgio Brancaleoni, questo è stato la sua squisita, nobile e finissima mitezza. Pur rivestito della dignità di Prelato d’Onore di Sua Santità, pur avendo gestito le responsabilità più alte della Curia diocesana, don Giorgio non ha mai cercato il palcoscenico, la ribalta o il plauso degli uomini. Ha scelto la grandezza della piccolezza. C’era in lui una gentilezza d’altri tempi, una disponibilità umile e un sorriso accogliente che profumavano sinceramente di Vangelo. Personalmente l’ho scoperto e conosciuto con gradualità, si è creata piano piano tra noi una amichevole intesa e una complicità spirituale crescente.
Gesù ci ha ricordato che gli angeli dei piccoli vedono sempre il volto del Padre nei cieli. Ora, il velo del tempio si è squarciato anche per lui. Il suo angelo custode non deve più solo intercedere per lui quaggiù, ma lo introduce nella liturgia celeste, là dove non servono più registri, decreti o archivi storici, perché tutto è finalmente scritto a caratteri d’oro nel Libro della Vita.
7. Caro don Giorgio, a nome mio personale, a nome del vescovo emerito Mons. Mario Oliveri, a nome dell’intero presbiterio che hai servito e sostenuto con fraternità e di tutto il popolo santo di Dio: grazie! Grazie per il tuo esempio luminoso, per la tua fedeltà senza rumore, per il bene immenso che hai seminato nei cuori.
Dio Padre di misericordia, accogli questo tuo servo fedele. Gli angeli santi, che egli ha venerato in terra, lo scortino oggi fin davanti al tuo trono di gloria. E a noi, che continuiamo a camminare nel deserto di questo mondo, concedi la grazia di imitare la sua mitezza e la sua operosa dedizione, finché non ci ritroveremo insieme nella gioia che non conosce tramonto. Così sia!


