1.Cari fratelli nel sacerdozio e nel diaconato, distinte Autorità civili e militari, carissimi fratelli e sorelle della nostra amata Chiesa diocesana.
È per me motivo di profonda gioia spirituale presiedere questa solenne celebrazione nella nostra Cattedrale, cuore visibile della nostra identità ecclesiale. Ci ritroviamo qui, come ogni anno, per porre la nostra città di Albenga e l’intera Diocesi sotto lo sguardo potente e protettivo del nostro Patrono, San Michele Arcangelo.
2. Il nome del nostro Arcangelo, “Mi-ka-el”, risuona oggi tra queste navate non come un semplice appellativo, ma come un programma di vita: “Chi è come Dio?”. Questa domanda è un grido che scuote le nostre coscienze. Come vostro Pastore, sento il dovere di rilanciare questo interrogativo alle nostre comunità: chi o che cosa stiamo mettendo al centro della nostra vita? Sono reduce dal pellegrinaggio diocesano ad Assisi in occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco e oltre la Tomba del Poverello ho avuto la possibilità di visitare anche la Chiesa di Santa Maria Maggiore/il Santuario della Spogliazione dove è esposto il corpo di San Carlo Acutis, santo giovane dei nostri tempi, innamorato di San Francesco, esperienza spiritualmente scioccante! Quale il suo segreto: aveva la consuetudine di ripetere queste parole: “Non Io ma Dio”. Come Francesco anche Carlo ha posto Dio al centro della vita e nulla è stato più come prima! Dire che nessuno è come Dio significa liberare i nostri cuori dagli idoli del nostro tempo – l’individualismo esasperato, la ricerca del potere fine a sé stesso, l’indifferenza che isola, la determinazione alla guerra… Mettere Dio al centro significa ritrovare la misura autentica della nostra umanità, della nostra Magnifica humanitas! Altrimenti si scivola rovinosamente nel ‘dramma dell’umanesimo ateo’ (de Lubac). Per questo “la Chiesa deve parlare di tante cose: di tutte le questioni connesse con l’essere uomo, della propria struttura e del proprio ordinamento e così via. Ma il suo tema vero e – sotto certi aspetti – unico è “Dio” (Benedetto XVI, 2006). Per “rimanere umani” l’uomo tecnologico deve rifiutare l’autoreferenzialità e rimettere fermamente Dio al centro della storia (cfr. Leone XIV, Magnifica humanitas, Lettera Enciclica, 15-05-2026)
3. Le Scritture che abbiamo ascoltato ci spalancano le porte del cielo per illuminare la terra. La visione del profeta Daniele e la lotta descritta nell’Apocalisse ci ricordano che la storia umana non è un caos senza senso, né siamo abbandonati alle forze della divisione e del male. San Michele è colui che combatte per ristabilire la verità di Dio.
Questa verità chiede di incarnarsi nel concreto della nostra vita quotidiana, là dove si gioca il legame profondo tra la nostra fede e la nostra cittadinanza. La devozione al nostro Patrono non è un rifugio per estraniarsi dalle fatiche del mondo; al contrario, è una spinta civile e morale. Chi accoglie il primato di Dio, chi pone Dio al centro della sua vita, non può che spendersi per il bene comune. Rivolgo un pensiero grato e deferente alle Autorità qui presenti: la vostra missione e il nostro impegno di credenti devono trovarci sintonizzati nel custodire la nostra città. Custodire Albenga, custodire il nostro territorio diocesano, significa lottare quotidianamente per la giustizia, promuovere la legalità, difendere la dignità di chi è fragile e non ha voce, e contrastare tutto ciò che sfigura la bellezza sociale del nostro territorio. Una fede autentica genera sempre cittadini responsabili e onesti.
4. Nel Vangelo, Gesù promette a Natanaele una visione grandiosa: “vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”. Gli angeli sono il segno di una comunicazione mai interrotta tra il cuore di Dio e le nostre strade. C’è un flusso continuo di grazia che ci sostiene.
Questo mistero del “cielo aperto” è la sorgente da cui scaturisce il cammino che ho proposto per questo triennio, incentrato su un tema che mi sta particolarmente a cuore: “La Gioia della Comunione”. Come gli angeli cooperano in perfetta armonia per compiere la volontà del Padre, così noi, come Chiesa diocesana, siamo chiamati a riscoprire la bellezza del camminare insieme, del costruire insieme. La comunione a cui vi esorto non è un’uniformità esteriore, né una somma di adempimenti burocratici; è innanzi tutto accoglierla come dono di Dio, e vivere la gioia fraterna di chi si riconosce amato dallo stesso Padre. Vi chiedo con forza di fare delle nostre parrocchie, delle associazioni, dei vicariati e delle nostre famiglie dei veri laboratori di comunione e di riconciliazione. In questo cammino, come non ringraziare il Signore per i bei segnali di rinascita vocazionale che stanno visitando la nostra Diocesi? Sono un dono immenso, segni tangibili che la grazia del Signore sta fecondando la nostra terra e che il nostro sì comune sta portando frutto.
6. La gioia della comunione che attingiamo da questo altare non può restare chiusa in Cattedrale. Deve diventare contagiosa. Una comunità ecclesiale unita e aperta è il dono più bello che possiamo offrire alla società civile di Albenga e di tutto il territorio diocesano: un segno visibile di speranza e di pace in un mondo frammentato e diviso, afflitto da guerre assurde e fratricide. Affido oggi all’intercessione di San Michele Arcangelo ciascuno di voi, i nostri sacerdoti e diaconi, i seminaristi, le famiglie, i giovani che sono il nostro futuro, gli ammalati e quanti soffrono. San Michele ci protegga, ci custodisca nell’unità e ci aiuti a essere, ogni giorno, testimoni credibili della gioia del Vangelo.
San Michele Arcangelo, prega per noi e custodisci la nostra Chiesa.


