1. Carissimi fratelli e sorelle, oggi celebriamo la Solennità di San Maurizio e c.m. titolari della nostra Basilica Concattedrale. Se potessimo viaggiare indietro nel tempo, fino al Medioevo, e camminare nelle grandi cattedrali d’Europa – come quella di Magdeburgo, dove riposa l’Imperatore Ottone I – scopriremmo un dettaglio che oggi forse ci farebbe sussultare. Lì, a protezione del cuore del Sacro Romano Impero per volontà di Ottone I, si erge la statua di San Maurizio. Quel santo, quel legionario romano, ha la pelle nera e i tratti somatici di un uomo dell’Africa subsahariana.
Questo ci rivela una grande verità storica e spirituale, splendidamente indagata dagli storici del nostro tempo: il Medioevo cristiano, contrariamente a molti nostri pregiudizi, non vedeva nel colore della pelle una barriera o un segno di inferiorità. Quel mondo sapeva che un uomo africano poteva essere il custode, il patrono e il modello spirituale più alto per un intero impero europeo. Questa straordinaria verità storica è il compimento della profezia che abbiamo appena ascoltato nel libro dell’Apocalisse. San Giovanni ci ha descritto la liturgia del Cielo: una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua (Ap 7,9). Davanti al trono dell’Agnello non ci sono passaporti, non ci sono confini tracciati dagli uomini. C’è l’unica veste bianca dei martiri. San Maurizio e i suoi commilitoni africani, giunti dalle sponde del Nilo fino alle vette delle Alpi, fanno parte di questa moltitudine. Hanno mostrato che la cittadinanza del cristiano è il Vangelo, e la sua patria è il mondo intero.
2. Il titolo di un recentissimo saggio storico ci ricorda tre figure: il santo, l’etiope e il diavolo ( G. Albertoni, Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel medioevo, Il Mulino, 2026). Nel linguaggio antico, “l’etiope” era l’uomo che veniva da lontano, dall’Africa, il termine greco aithiops significava letteralmente “viso bruciato” (dal sole) ed era usato per indicare genericamente le popolazioni dell’Africa subsahariana. Con l’avvento del cristianesimo, la teologia e la letteratura monastica iniziarono ad associare i concetti spirituali di “luce e tenebre” alla moralità: la luce e il bianco divennero simboli di purezza, grazia e divinità. Il nero e l’oscurità divennero la rappresentazione visiva del peccato, della cecità spirituale e del demoniaco. Di conseguenza, per associazione cromatica e geografica -l’Etiopia era vista come l’estremità del mondo allora conosciuto-, il diavolo iniziò a essere soprannominato nei testi apocrifi e patristici come “il Nero” o descritto con le sembianze di un etiope. Eppure, la Chiesa non ha mai confuso il colore del cuore con il colore della pelle. In San Maurizio, l’Etiope e il Santo si fondono. La sua pelle scura non era il segno del diavolo, ma il riflesso della gloria di Dio. La fede cristiana delle origini e del Medioevo guardava all’essenziale. Sapeva che davanti a Cristo non c’è più giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è bianco né nero. Maurizio, comandante della Legione Tebea, proveniente dall’Egitto, diventa il protettore della nostra terra ligure. Che straordinario paradosso: la nostra identità di cittadini di Imperia Porto Maurizio è custodita da un martire africano!
3. Qui sta la provocazione per noi, oggi. Il razzismo biologico, la discriminazione basata sulla etnia, non è un’invenzione medievale: è una malattia della modernità, nata quando l’uomo ha smesso di guardare il fratello come un figlio di Dio e ha iniziato a catalogarlo come una merce o un pericolo. Oggi viviamo in un mondo frammentato, spesso spaventato dalle differenze. Guardiamo a chi viene da fuori, in particolare dal continente africano, con sospetto, dimenticando che le fondamenta della nostra fede e della nostra civiltà europea sono state edificate anche da santi, teologi e martiri africani, uno per tutti Agostino d’Ippona. Se San Maurizio camminasse oggi per le strade della nostra città, con la sua pelle nera e la sua divisa da soldato straniero, come lo accoglieremmo? Lo riconosceremmo come il nostro Patrono, o lo guarderemmo con la diffidenza che troppo spesso riserviamo ai migranti del nostro tempo? I portorini e anche il vescovo, vanno giustamente fieri della maestosità di questo “grande tempio”, la Basilica più grande di tutta la Liguria, fortemente voluta dalla comunità alla fine del Settecento. Ma ricordiamoci che la fede profonda che spinse i nostri antenati a edificare queste titaniche colonne neoclassiche era una fede universale, che non temeva la diversità. Se San Maurizio camminasse oggi sotto questo maestoso pronao, con la sua pelle nera e la sua divisa da soldato straniero, come lo accoglieremmo? Lo riconosceremmo come il Santo protettore del nostro storico quartiere e radica la nostra identità fin dall’antico Comune medievale, o lo guarderemmo con la diffidenza che troppo spesso riserviamo ai migranti del nostro tempo?
4. La storia ci racconta che la decisione del Parlamento di Porto Maurizio di erigere questo Duomo nacque anche da un acceso “campanilismo”, dal desiderio di rivaleggiare in sfarzo con i vicini di Oneglia, che avevano da poco terminato la Collegiata di San Giovanni. È una dinamica umana, che oggi fa parte del folklore della nostra splendida città unita di Imperia. Ma San Maurizio ci chiama a compiere un passo in più, a trasformare la legittima fierezza delle nostre radici in uno slancio di accoglienza. Il santo ci lascia due grandi consegne per la nostra Chiesa diocesana e per la nostra città di Imperia:
Il primato della coscienza: Maurizio e i suoi compagni non si ribellarono all’Imperatore per viltà, ma perché fu chiesto loro di fare qualcosa contro Dio e contro i fratelli. Ci insegnano che la vera lealtà civile si fonda su una coscienza retta. Non si può obbedire a ordini ingiusti che calpestano la dignità umana.
Un cuore aperto e ospitale: se la nostra Basilica stupisce per le sue proporzioni e la sua ariosità, altrettanto grande e arioso deve essere il cuore della nostra comunità. San Maurizio, l’Etiope convertito, ci ricorda che la Chiesa non è un club esclusivo per pochi eletti legati allo stesso sangue o alla stessa terra, ma una casa dalle porte spalancate su ogni sponda del Mediterraneo. La santità non ha confini geografici o etnici. La bellezza di questa Basilica non è fatta solo dalle sue maestose colonne di pietra, ma dalle “pietre vive” che sono i suoi fedeli, chiamati ad abbattere i muri del pregiudizio.
5. Nel Vangelo Gesù ci ha ricordato una legge universale: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Il sangue di Maurizio e della sua legione, versato secoli fa, è stato quel chicco di grano caduto in terra. Un chicco che ha prodotto frutto qui, oggi, tra queste imponenti navate neoclassiche. Chiediamo allora la grazia di essere anche noi “buon frutto”. Guardiamo a San Maurizio non come a una sbiadita figura del passato, ma come a un profeta di comunione e fraternità. Chiediamo al Signore, per sua intercessione, occhi capaci di vedere la santità in ogni volto e un cuore evangelico capace di accogliere ogni uomo come un fratello e così sia.
+ Guglielmo Borghetti,
vescovo di Albenga – Imperia
Imperia, Basilica Concattedrale San Maurizio e Cc. martiri
22 settembre 2026



