Omelia del Vescovo per la Santa Messa crismale: Cattedrale di San Michele, Albenga giovedì 2 aprile 2026

La Chiesa, le api, il sacerdote

1. Cari confratelli nell’episcopato, figli e fratelli nel sacerdozio ministeriale, diaconi permanenti, religiosi e religiose, sorelle e fratelli tutti quest’anno mi sono lasciato ispirare per questo pensiero omiletico della Santa Messa crismale da alcune pagine ed immagini del grande sant’Ambrogio tratte dall’ Exameron, opera che raccoglie le omelie pronunciate da Ambrogio di Milano nella Settimana Santa del 387 e che trattano dei sei giorni della creazione del mondo. Nell’ Exameron  sant’Ambrogio descrive l’alveare come l’immagine perfetta della comunità cristiana e del servizio: in essa ogni membro ha un compito specifico per il bene comune; oggi la Chiesa, la nostra Chiesa, è qui riunita come un unico, grande alveare:

“L’ape è piccola tra i volatili, ma il suo frutto è il più dolce di tutti. […] Quale disciplina tra loro! Quale divisione di compiti! Hanno case comuni e una discendenza comune; tutte abitano in un unico luogo e sono governate da leggi che non cambiano. C’è chi sorveglia le entrate, chi osserva il cielo per prevedere la pioggia, chi prepara la cera, chi il miele.” 

2. La bellezza della Messa Crismale, in cui benediciamo gli oli, è la bellezza di un corpo organico: non siamo monadi isolate, ma servitori di un’unica arnia, la Chiesa. Come le api di Sant’Ambrogio, ognuno di noi ha un compito ben preciso. Sant’Ambrogio nell’Exameron ci ricorda che l’ape non lavora mai per sé stessa. L’unità non è un optional, è la nostra forza vitale. Papa Leone XIV ha fatto dell’unità della Chiesa e dei cristiani un pilastro centrale del suo magistero, definendola una “priorità del terzo millennio”.  “In Illo uno unum” (‘Nell’unico Cristo siamo uno’, motto del suo pontificato). Riprendendo Sant’Agostino, il Papa spiega che “sebbene noi cristiani siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno”; “una Chiesa unita è segno di unità e di comunione, capace di diventare fermento per un mondo riconciliato” (Leone XIV).

3. Tra poco rinnoveremo le nostre promesse sacerdotali. Che cos’è questo atto se non l’offerta della nostra “cera”? La cera, ci insegna la liturgia dell’Exsultet, è il frutto del lavoro instancabile delle api. Essa rappresenta la nostra umanità: plasmabile, purissima, ma destinata a consumarsi. Un sacerdote che non si consuma è come un cero spento: conserva la sua forma, è bello a vedersi, ma non compie la sua missione di dare luce. Siamo chiamati a essere materia che brucia per dare la Luce di Cristo. La nostra vita deve farsi “combustibile” affinché la Verità non resti un concetto freddo, ma diventi fiamma che riscalda il popolo di Dio. Dicendo il nostro “sì, lo voglio”, noi offriamo a Dio non solo un impegno giuridico, ma la nostra stessa umanità, come cera purissima. Una cera che è destinata a una sola cosa: consumarsi. Rinnovare le promesse significa accettare di “sciogliersi” nell’amore per illuminare le tenebre del mondo: “coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore” (Is, 61,9).

4. La leggenda delle api che deposero il miele sulla bocca di Ambrogio bambino è diventata il simbolo del ministero della Parola. Il sacerdote deve essere come l’ape. Sant’Ambrogio, il “Dottore Mellifluo”, ci esorta a volare di fiore in fiore tra le Scritture, ad avere un contatto quotidiano con esse ( cfr ‘cotidie habeant prae manibus, ut ex lectione et studio Sanctorum Librorum “sublimem scientiam Iesu Christi” (Phil. 3, 8) ediscant.’ L’abbiano quindi quotidianamente tra le mani, affinché dalla lettura e dallo studio dei Sacri Libri apprendano “la sublime scienza di Gesù Cristo- (DV 6,25). Il nostro ministero della Parola deve avere la delicatezza dell’ape: dobbiamo attingere al nettare della Grazia senza danneggiare il fiore, ovvero senza calpestare la sensibilità dei fedeli o alterare la purezza del Vangelo. Il mondo oggi è pieno di fiele, di amarezze e di violenze; il nostro compito è trasformare il nostro impegno pastorale in miele: una predicazione che non sia giudizio che ferisce, ma dolcezza che nutre e guarisce le ferite dell’anima, che dia “agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto” (Is 61,3).

5.Mentre benediremo l’Olio degli Infermi e dei Catecumeni, pensiamo all’ape che vola di fiore in fiore raccogliendo il nettare senza danneggiarlo. Così deve essere il nostro ministero: un tocco delicato che non ferisce le coscienze, ma ne trae il meglio per trasformarlo in miele di consolazione. Con l’Olio degli Infermi porteremo la dolcezza della speranza a chi soffre; con quello dei Catecumeni daremo la forza per la lotta spirituale. Come le api nell’alveare ambrosiano, noi non lavoriamo per noi stessi: siamo i “distributori” della dolcezza di Dio, incaricati di nutrire il popolo con la Parola e i Sacramenti. “Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore” (Is, 61,9).

6.Il momento culminante sarà la consacrazione del Crisma. Ambrogio definisce l’alveare un luogo di “meraviglioso profumo” e di unità assoluta. Alitare sul Crisma è il segno dello Spirito che infonde vita. Questo olio profumato, che segnerà la fronte dei nuovi battezzati, dei cresimandi e le mani dei nuovi sacerdoti, è il segno della nostra appartenenza a un’unica famiglia. Come le api sono governate da un’unica legge e seguono il loro Re, così noi, unti dal Crisma, siamo chiamati alla comunione e alla fraternità presbiterale. Non c’è spazio per l’isolamento nell’alveare della Chiesa: la nostra forza è l’unità attorno al Vescovo e a Cristo, nostro Signore e nostro Pastore; se così non fosse ci attenderebbero un isolamento rancoroso, una tristezza diffusa -lo spirito mesto-, un’insoddisfazione insaziabile e l’infecondità apostolica. “Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore” (Is, 61,9).

7. Infine, guardiamo all’ape come simbolo di castità e fecondità. Come l’ape genera senza corrompere la propria integrità (cfr Ambrogio, De virginibus), così il nostro celibato sacerdotale non sia  devitalizzato, aspro o ambiguo, ma una sovrabbondanza di paternità spirituale. Chiediamo oggi al Signore che il Crisma che consacriamo renda le nostre vite profumate come l’alveare e luminose come il Cero Pasquale. Che possiamo essere api laboriose nel giardino di Dio, affinché alla fine della nostra giornata, resti solo la luce della Sua gloria e la dolcezza della Sua misericordia. “Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore” (Is, 61,9). Amen.

8. Cari fratelli, guardiamo al Cero Pasquale che presto brillerà nella santa notte della solenne Veglia pasquale. Esso è fatto di quella cera che oggi noi, api operaie del Signore, offriamo sull’altare. Chiediamo la grazia che il nostro sacerdozio non sia mai arido, ma sempre “mellifluo”, capace cioè di addolcire le amarezze della vita dei nostri fedeli. Che la nostra esistenza, bruciando davanti al Tabernacolo e tra la gente, possa gridare al mondo: “Lumen Christi”.

Sia questa Messa Crismale il momento in cui torniamo a essere “api laboriose” nel giardino della Grazia, pronti a trasformare ogni fatica in luce e ogni sacrificio in lode. “Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore” (Is, 61,9). Amen.

+ Guglielmo Borghetti

Vescovo di Albenga-Imperia

Albenga, Giovedì Santo 2 aprile 2026

Cattedrale San Michele Albenga

 

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