L’ora del dono
1. “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.
La Santa Messa in Coena Domini del Giovedì Santo non è solo il ricordo di una cena carica di commozione e suspense, ma è il momento in cui Gesù “decide” la sua morte trasformandola in un dono radicale, fino all’estremo grado.
Spezzando il pane, Gesù è come se dicesse: “la mia vita non mi è tolta, la sto donando io”. L’Eucaristia è il modo in cui Lui rimane presente non come un monumento, ma come cibo e come bevanda che si consumano per darci forza.
2. “Amatevi come io ho amato voi”. Quel “come” fa la differenza. Non ci chiede solo di essere “buoni”, ma di amare con la stessa misura sua: fino alla fine. Il dono di sé non ha un pulsante “off” quando diventa scomodo; non è un evento subito per caso. Gesù sa che è la sua “ora”. Il dono di sé nasce da una scelta consapevole e libera, non da una costrizione. “Sino alla fine” (eis telos): in greco questa espressione ha un doppio significato. Significa “fino all’ultimo respiro” (limite temporale), ma anche “fino all’estremo grado” (limite qualitativo). Gesù non si è risparmiato nulla. Questo amore “estremo” è ciò che rende il pane dell’Ultima Cena diverso da qualsiasi altro cibo. In quel pezzo di pane non c’è solo un rito, c’è tutta la spinta di un uomo che decide di farsi mangiare pur di non lasciare soli i suoi e strapparli alla morte eterna, un uomo che decide di donarsi radicalmente, di sacrificarsi per, “Cristo ci ha amato e ha dato sé stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Ef 5,2).
3.Sacrificare deriva dal latino sacrificium, composto da sacrum: sacro (ciò che è separato dal resto, dedicato a Dio) e facere: fare, rendere. Letteralmente significa “rendere sacra una cosa”. Nella prospettiva del dono di sé e dell’Eucaristia, questo termine assume alcune sfumature chiave: non è una perdita, ma un trasferimento: quando Gesù “sacrifica” sé stesso, non sta semplicemente perdendo la vita, ma la sta portando nell’ area del divino. Il pane e il vino “diventano sacri” perché vengono tolti dall’uso comune per diventare veicolo di comunione. Il sacrificio cristiano non è “farsi del male” per compiacere Dio, ma rendere sacro il gesto quotidiano, è gesto trasformativo. Se lavo i piedi a qualcuno con amore, quel gesto umano diventa un atto sacro, un pezzo di cielo in terra. Nell’Antico Testamento si sacrificavano animali (cose esterne), Gesù inaugura il sacrificio della propria volontà: “rendere sacro” non è più offrire qualcosa, ma offrire se stessi, passaggio dal rito alla vita. Il Giovedì Santo ci insegna che il vero sacrificio non è “rinunciare a qualcosa”, ma “dare un senso sacro” a ciò che facciamo, trasformando la fatica in offerta d’amore, impreziosendo la nostra vita.
4. Il dono di sé trasforma il sacrificio da “dovere religioso” a “gesto d’amore”. Non è sacro perché è difficile, ma è sacro perché è gratuito. L’Eucaristia: il Sacrificio che “si mangia”. Nell’Antico Testamento il sacrificio veniva bruciato (distrutto). Nell’Eucaristia, il sacrificio di Cristo diventa cibo: Cristo “rende sacra” la sua umanità per nutrirci.
5. Il dono di sé non finisce in sé stesso: lo scopo del sacrificio di Gesù è che anche noi possiamo avere la forza di fare lo stesso. “Fate questo in memoria di me” significa: “rendete sacra la vostra vita facendone un dono per gli altri”. Il tempo dedicato a un malato, l’ascolto di un figlio, la pazienza in un momento di rabbia: questi sono i nostri “sacrifici”. Non sono semplici buone azioni, ma momenti in cui stiamo “facendo sacro” il nostro tempo. Momenti in cui stiamo celebrando l’Eucaristia fuori dall’altare. Preghiamo perché gli spigoli di questo altare raggiungano il nostro quotidiano e lo trasformino in offerta gradita a Dio!


