“La luce splende nelle tenebre” (Gv 1,5)
1. Carissimi, nel giorno santo del Natale di Gesù Cristo la liturgia ci consegna uno dei testi più alti e misteriosi di tutta la Scrittura: il Prologo del Vangelo di Giovanni. Là dove gli altri evangelisti raccontano una nascita, Giovanni racconta un’origine. Là dove gli altri parlano di una mangiatoia, Giovanni parla del Verbo. E in quelle parole solenni – “In principio era il Verbo… e il Verbo era presso Dio” – si apre un varco che ci permette di comprendere il Natale come l’antipotere per eccellenza.
2. Giovanni ci dice che tutto è stato fatto per mezzo del Verbo. Eppure, questo Verbo, che è principio e fondamento, non sceglie la via del dominio. Non si impone dall’alto, non si manifesta con la forza, non reclama il suo diritto di Creatore. Il Prologo afferma che “la luce splende nelle tenebre”. Non le schiaccia, non le annienta: splende. La luce non usa la violenza per farsi spazio; semplicemente appare, e così disarma. Ecco il Natale: il Verbo che discende: il potere che non domina, il potere che rinuncia al potere, la forza che sceglie la fragilità.
3. Giovanni non dice che il Verbo si è fatto uomo, ma che si è fatto carne: parola più concreta, più vulnerabile. Il Potere cerca la distanza, la separazione, la sicurezza. Il Natale, invece, ci mostra un Dio che entra nella carne, nella storia, nella precarietà, neonato inerme – dal latino “inermis”, composto da “in” (senza) e “arma” (armi): privo di armi o indifeso-. Un Dio che non teme di essere toccato, ferito, rifiutato. Giovanni aggiunge: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria”. Una gloria che non abita nei palazzi, ma in una mangiatoia. Una gloria che non si manifesta nella forza, ma nella vicinanza. È un rovesciamento radicale: la gloria non è ciò che domina, ma ciò che si dona.
4. Il Prologo ci ricorda che “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Perché? Perché il Potere teme ciò che non può controllare, teme la gratuità. Il dono è sempre destabilizzante: non si compra, non si merita, non si gestisce. Il Natale di Gesù Cristo è la festa della gratuità, e la gratuità è l’antidoto più potente contro ogni forma di dominio. Il Potere vive di scambio, di debito, di calcolo. Il Natale vive di dono, il Natale di Gesù Cristo è il trionfo del dono. Tutto ciò significa imparare nella vita concreta a fare gesti che non servono a ottenere qualcosa, ma che aprono spazi di libertà: un ascolto sincero, un tempo regalato, una parola buona, un aiuto senza calcolo.
5. Il Prologo ci dice che “la luce splende nelle tenebre”. Questa luce non è evasione spirituale: è un criterio per leggere il mondo:
a) Il Verbo si fa carne, non si fa élite. Questo interpella una società che tende a scartare i fragili, i poveri, i non produttivi – cultura dello scarto -. Il Natale di Gesù Cristo ci chiede di guardare prima a chi non conta, a chi non ha voce, a chi vive ai margini. È un invito a costruire comunità che non misurano il valore in base all’efficienza, ma alla dignità.
b) Viviamo in un tempo in cui il potere spesso si esercita attraverso la paura: paura dell’altro, del diverso, del futuro. Il Natale di Gesù Cristo ci ricorda che la vera forza non nasce dalla paura, ma dalla fiducia. Una società che accoglie la luce è una società che non si lascia governare dal sospetto, ma dalla responsabilità reciproca, non si lascia governare dallo spirito di contesa, ma di pace.
c) Se il Verbo, che è principio di tutto, sceglie di “abitare in mezzo a noi”, allora ogni forma di autorità è chiamata a diventare vicinanza, non distanza. Il Natale di Gesù è un appello a una politica che non si chiude nei palazzi del potere, ma che abita le strade, le case, le ferite della gente.
6. Il Prologo dice: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Diventare figli non è solo un fatto biologico, ma spirituale. Significa permettere alla luce di riplasmare il nostro modo di pensare, di scegliere, di desiderare. Ogni Natale è un invito a rinascere, a lasciarsi sorprendere, a ricominciare.
7.“A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Ecco l’unico potere che il Natale riconosce: non il potere di comandare, ma il potere di essere generati. Non il potere di dominare, ma il potere di appartenere. Non il potere di imporsi, ma il potere di amare. Il Natale non elimina il potere: lo trasforma. Lo riconduce alla sua radice più vera: la relazione.
8. Il Natale di Gesù è l’antipotere perché ci mostra che la forza più grande non è quella che conquista, ma quella che si consegna. Non quella che impone, ma quella che illumina. Non quella che domina, ma quella che genera. Il Verbo si è fatto carne per dirci che il mondo può essere salvato non dal potere che sale, ma dall’amore che scende. Ogni volta che scegliamo la via della luce, della gratuità, della vicinanza, il Natale di Gesù Cristo accade di nuovo.
9. Il Natale di Gesù Cristo, letto alla luce del Prologo di Giovanni, non è un ricordo sentimentale, ma una forza che trasforma. Trasforma il singolo, perché libera dal bisogno di apparire e invita a vivere nella verità della propria umanità. Trasforma la società, perché smaschera i poteri che dominano e apre spazi di fraternità. Il Figlio eterno del Padre, il Verbo, si è fatto carne per dirci che la luce non è un’idea, ma una presenza. E che questa presenza può ancora cambiare il mondo, se trova cuori che la accolgono. Santo Natale a tutti voi!


