Home » In evidenza » Solennità dell'Epifania del Signore, 6 gennaio 2019 
Omelia del Vescovo per la Solennità dell'Epifania del Signore   versione testuale

1. Quando consideriamo la scena dell'adorazione dei Magi così come la possiamo immaginare e così come l'arte figurativa di ogni tempo l'ha rappresentata con intensità - penso solo  tra gli italiani a Gentile da Fabriano, a Masaccio, a Leonardo,  a Tintoretto a Giovan Battista Tiepolo, per citarne solo alcuni- vediamo come pur nella diversità  dell'immaginazione di ognuno e degli stili artistici, c'è un elemento comune: il gruppo di personaggi che circondano il Bambino deposto nella mangiatoia e avvolto in fasce sono totalmente concentrati su di Lui, il loro sguardo  e la loro postura è come 'catturata' dal Bambino; un'atmosfera di calda intimità e di profonda adorazione del Mistero avvolge ogni cosa: dal gruppo emana una sensazione mirabile di comunione profonda resa possibile proprio dalla presenza del Piccolo Bambino al centro. È silenzio adorante in clima di perfetta unità! Nessuno sguardo è distratto, nessun cuore è altrove: l'essenziale, invisibile agli occhi, si è fatto visibile! Risuona alto il profeta Isaia 'Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore'. Il cuore dei personaggi intorno al Bambino è raggiante, palpita si dilata per il calore dell'amore ricevuto e donato. 'Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel senso del Padre, è lui che lo ha rivelato' (Gv 1, 18).

2. La Solennità del Natale ha posto l'accento sull'identità di Gesù vero Dio e vero uomo, Figlio di Dio fatto carne. L'Epifania pone l'accento e celebra la manifestazione nella carne del Figlio eterno fatto uomo a tutti gli uomini perché 'le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo'(Ef, 3,6).

3. Dal Mistero ineffabile della Famiglia trinitaria esce “come sposo dalla stanza nuziale” il Figlio (Sal 18,6), assume la natura umana da Maria per opera dello Spirito Santo ed entra nella storia per liberarla dalla minaccia esiziale del male; accetta la missione e appare tra noi, per noi, Bambino. Come dalla Beatissima Trinità il Figlio è 'uscito' per la nostra salvezza, così un giorno uscirà anche dalla “trinità della terra” (cfr San Josemaria Escrivà) per annunciare il Regno di Dio e compiere l'opera che il Padre gli ha dato da compiere. Non siamo di fronte ad una scena statica: Lui è colui che è arrivato da quella altissima e perfetta comunione trinitaria, “il primo e il più grande evangelizzatore” (San Paolo VI, Evangelii Nuntiandi,7); i Magi sono coloro che arrivano a Lui grazie al loro cuore innamorato del bene e alla loro mente libera da ogni pregiudizio e assetata di verità, veri e propri pellegrini dell'Assoluto. Non solo sono arrivati, ma ripartono, non si fermano estasiati debbono tornare ad annunciare “la contemplazione che lascia fuori gli altri è un inganno” (Francesco, Evangelii Gaudium, 281). Portano doni al Bambino, ma portano alle genti il Bambino come vero Dono per l'umanità. Prima di loro i pastori erano andati a Betlemme 'e dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro'(Lc 2,17) e poi “se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto” (Lc 2,20). Ripartono in veste di evangelizzatori, anzi i primi evangelizzatori; c'è una parentela spirituale tra i Magi e i pastori, parentela che si coglie nel loro cuore, uomini colti gli uni, uomini semplici gli altri, ma entrambe umili e puri di cuore, e i puri di cuore vedranno Dio (Mt 5,8). Sia i pastori che i Magi gioiscono. 'Possa il mondo del nostro tempo ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo' (San Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 80). La comunione con il Mistero diventato Uno di noi è incontenibile! Si fa missione: 'L'intimità della Chiesa con Gesù è un'intimità itinerante, e la comunione 'si configura essenzialmente come comunione missionaria'' (Francesco, idem, 23). Sant’Ambrogio, utilizzando la luna come metafora della Chiesa dice “Veramente come la luna è la Chiesa: […] rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo. Trae il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”” (Exameron, IV, 8, 32). Cristo è la vera luce che rischiara; e nella misura in cui la Chiesa rimane ancorata a Lui, nella misura in cui si lascia illuminare da Lui, riesce a illuminare la vita delle persone e dei popoli. Per questo i santi Padri riconoscevano nella Chiesa il ‘mysterium lunae’. Abbiamo bisogno di questa luce che viene dall’alto per corrispondere in maniera coerente alla vocazione che abbiamo ricevuto. Annunciare il Vangelo di Cristo non è una scelta tra le tante che possiamo fare, e non è neppure una professione. Per la Chiesa, essere missionaria non significa fare proselitismo; per la Chiesa, essere missionaria equivale ad esprimere la sua stessa natura: essere illuminata da Dio e riflettere la sua luce. Questo è il suo servizio. Non c’è un’altra strada. La missione è la sua vocazione: far risplendere la luce di Cristo è il suo servizio. Quante persone attendono da noi questo impegno missionario, perché hanno bisogno di Cristo, hanno bisogno di conoscere il volto del Padre” (Francesco, Omelia del 6/01/2016). É l'espressione cara al Santo Padre: Chiesa in uscita ed è l’anima del nostro cammino di Chiesa diocesana come è proposto nel secondo anno del Progetto pastorale: La Chiesa mistero di comunione missionaria.

4. Dobbiamo essere attenti a non diventare una chiesa 'erodiana', attaccata al timoroso conservatorismo tranquillizzante, paurosa di perdere consenso, prigioniera del 'si è sempre fatto così': certe scelte vanno operate con coraggio; o si cambia registro pastorale o tradiamo la fedeltà all'ora attuale e alle nuove sfide che gli scenari inediti del mondo ci propongono. Erode, gli scribi, Gerusalemme non capiscono i segni, sono troppo impegnati a custodire il vecchio per cogliere il vento nuovo suggerito dallo Spirito. Lavoriamo insieme per la diffusione del Regno, uniti nella passione per la missione della Chiesa: aiutare l'uomo a incontrare il Dio di Gesù Cristo; lavoriamo insieme superando divisioni interiori ed esteriori, diventiamo capaci di fare passi indietro dove si rendano necessari; non c'è missione senza comunione. Non valgono a nulla le nostre iniziative pastorali ben riuscite nell'ortus conclusus della nostra parrocchia, della nostra associazione, del nostro movimento o della nostra personale iniziativa. Siamo chiamati a comprendere che la missione si fa insieme: preti, diaconi, laici, religiose/religiosi, movimenti, associazioni e famiglie; la missione comune del 'corpo crismato' è comunionale, sinodale; questa è la condizione per poter essere costruttori di Chiesa senza rischiare di diventarne distruttori presuntuosi, maldestri e goffi!  Due stelle debbono orientarci nel servizio al Vangelo: non fare mai nulla da soli: chiesa comunione e lo stile della chiesa come famiglia; è sulla mia e sulla vostra fedeltà a queste stelle che si gioca la fecondità del nostro apostolato. Questa visione comunionale e familiare di Chiesa, che discende da una Chiesa immagine della Trinità Santa, invita tutti noi alla corresponsabilità nella costruzione della Chiesa come casa e scuola della comunione missionaria, dove i Pastori e i Santi Magi sono per tutti noi ottimi testimoni e maestri.
                          X  Guglielmo Borghetti, Vescovo di Albenga-Imperia
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